Il mining Bitcoin in pericolo totale in Iran: ecco perché

Forse non tutti sanno che l’Iran non è un semplice spettatore nel mondo crypto, ma un attore protagonista che controlla tra il 5% e il 15% della potenza di calcolo mondiale di Bitcoin. Dal 2019, il governo ha legalizzato il mining (la “creazione” di moneta) per un motivo molto pratico: aggirare le sanzioni internazionali e il blocco del dollaro. In parole povere, lo Stato iraniano produce Bitcoin a un costo ridicolo (circa 1.300 dollari a moneta grazie all’energia sovvenzionata) e li rivende a prezzo di mercato per pagare le importazioni.

Ora che i bombardamenti minacciano la rete elettrica nazionale, questo enorme “bancomat” rischia di spegnersi. Se le centrali elettriche saltano, migliaia di supercomputer smettono di funzionare. Il risultato? Una potenziale ondata di vendite dettata dal panico: se i minatori iraniani temono di restare al buio, potrebbero svuotare i loro portafogli digitali (che solo nel 2025 hanno gestito oltre 7 miliardi di dollari) per recuperare denaro contante finché sono in tempo.

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Mining Bitcoin, Cosa succede se i minatori staccano la spina?

Il mercato ha già dato i primi segnali di nervosismo con un tuffo verso i 63.000 dollari subito dopo le prime notizie degli attacchi, per poi rimbalzare sopra i 67.000. È il classico movimento a “molla” dei momenti di guerra: prima si scappa per la paura, poi si torna a comprare quando la situazione sembra stabilizzarsi. Ma la vera incognita rimane la tenuta del sistema. L’Iran ha accumulato anche centinaia di milioni in “dollari digitali” (Tether) per sostenere la propria moneta locale, che ormai ha perso quasi tutto il suo valore.

Se la produzione di Bitcoin in Iran dovesse fermarsi davvero, non sarebbe solo un problema di Teheran. Vedremmo una temporanea instabilità di tutta la rete mondiale e, molto probabilmente, un’ulteriore pressione sui prezzi. Gli investitori stanno guardando al Bitcoin come a un bene rifugio, ma se chi lo produce fisicamente è sotto attacco, la fiducia rischia di vacillare. La lezione di questi giorni è chiara: la tecnologia corre veloce, ma finché i computer hanno bisogno di una presa di corrente per funzionare, la geopolitica avrà sempre l’ultima parola.